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Sindrome da stanchezza cronica, uno studio italiano valuta possibili alterazioni del microbiota

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Fonte: https://www.osservat...-del-microbiota

 

 

Sindrome da stanchezza cronica, uno studio italiano valuta possibili alterazioni del microbiota

 Autore: Sergio Mangano   08 Giugno 2021

 

La ricerca è nata con l’intento di individuare eventuali biomarcatori utili per una diagnosi più accurata della malattia

Come per molte malattie rare, anche per la sindrome da stanchezza cronica/encefalite mialgica (CFS/ME) le prime difficoltà che i medici devono affrontare sono relative all’esecuzione di una diagnosi certa, difficoltà che sono tanto maggiori quanto più generici sono i sintomi di una data patologia. In simili situazioni, assume un’importanza cruciale la possibilità di disporre di specifici biomarcatori o test in grado di agevolare o confermare la diagnosi. È proprio in questo contesto che si inserisce una recente ricerca italiana, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, che ha indagato il ruolo del microbiota nello sviluppo della CFS/ME. Per saperne di più abbiamo intervistato il primo autore dello studio, il dottor Giuseppe Lupo, dell’Università del Sacro Cuore di Piacenza.

 

Dottor Lupo, potrebbe tracciare i contorni generali della sindrome da affaticamento cronico?

La sindrome da stanchezza (o fatica) cronica è una patologia debilitante multisistemica, ossia coinvolge più sistemi - come quello nervoso, immunitario, digestivo e scheletrico - ed è anche accompagnata da disfunzioni del metabolismo energetico che causano, con ogni probabilità, la stanchezza cronica che i pazienti accusano. I dati a disposizione su questa sindrome provengono da indagini svolte negli Stati Uniti, dove è stato stimato che circa 2 milioni e mezzo di persone siano affette da questa sindrome. In Italia questa patologia non è molto conosciuta e gli unici dati provengono da studi effettuati solo in alcune regioni, nelle quali la prevalenza di persone con la patologia si attesta intorno allo 0,1-0,2%. Questa sindrome colpisce principalmente giovani adulti di età compresa tra i 20 e i 40 anni, soprattutto donne. Il sintomo principale che presentano i pazienti è una debilitante e persistente stanchezza - della durata di almeno sei mesi - accompagnata da svariati sintomi secondari, tra cui disfunzioni cognitive con problemi di concentrazione o di memoria a breve termine, disturbi del sonno, forte malessere in seguito ad attività fisiche o a sforzo e anche dolori articolari. Un altro elemento che caratterizza questa sindrome è l’alternanza di fasi con episodi acuti, in cui i pazienti avvertono molti dei sintomi suddetti, e di fasi in cui queste manifestazioni sono lievi o del tutto assenti. Tuttavia, non c'è una ciclicità ben delineata che consenta di prevedere la comparsa o la sparizione dei sintomi.

 

Qual è la causa di questa patologia?

Non si hanno certezze riguardo l'eziologia e i processi patogenetici di questa sindrome. Tra le ipotesi più accreditate troviamo quella di una pregressa infezione da Epstein-Barr Virus - il virus della mononucleosi - che presenta alcuni sintomi in comune con la CFS/ME, ad esempio la stanchezza cronica. Un'altra ipotesi piuttosto accreditata è quella relativa all’alterazione del sistema immunitario. Infatti, nei pazienti si verifica una persistente attivazione del sistema immunitario, la cui causa non è nota, che crea poi dei processi infiammatori. Questa caratteristica è molto importante e, insieme al fatto che la CFS/ME è prevalente nelle donne, suggerisce che ci potrebbe effettivamente essere una componente autoimmune alla base dell’insorgenza della sindrome.

 

Esistono dei criteri diagnosti certi per questa sindrome?

Possiamo dire che per la CFS/ME la diagnosi che avviene per esclusione. Ovvero, ci sono diversi criteri diagnostici ma tutti tendono a basarsi sull'identificazione del sintomo principale, la stanchezza cronica, per cui poi si procede con l’esclusione di tutte altre le altre condizioni patologiche che manifestano la stessa sintomatologia.

 

Vi sono terapie specifiche per la CFS/ME?

Non abbiamo, in questo momento, un’unica terapia farmacologica specifica, ma più opzioni. Esistono trattamenti che si basano sulla somministrazione di farmaci cortisonici, quindi degli antinfiammatori, o su farmaci psicotropi, come gli ansiolitici o gli antidepressivi, che hanno l’obiettivo di arginare l’impatto negativo della malattia sulla psiche del paziente, il quale, a causa dei vari sintomi invalidanti, subisce una riduzione superiore al 50% della propria usuale attività quotidiana. Proprio per questo motivo, si ritiene importante procedere anche una terapia psicologica, di tipo cognitivo-comportamentale, che consenta al paziente di ‘adattarsi’ al meglio alla situazione di disagio fisico e psichico causata dalla CFS/ME.

 

Da cosa nasce l’idea dello studio che avete condotto e quale era il suo obiettivo?

L’idea muove dal presupposto che per la CFS/ME, nonostante siano stati identificati dei criteri diagnostici attualmente in utilizzo, non vi siano ancora degli specifici biomarcatori della malattia né, tantomeno, degli appositi test diagnostici. Pertanto, abbiamo posto come punto di partenza del nostro studio proprio la possibilità di identificare dei marcatori, o comunque dei possibili test, da aggiungere ai criteri diagnostici attualmente in uso. Inoltre, è importante tener conto anche del fatto che i pazienti affetti da questa sindrome presentano, tra gli svariati sintomi, anche dei disturbi gastrointestinali che sono stati già descritti in altre condizioni, come la sindrome dell'intestino irritabile, che è spesso correlata ad alterazioni nella composizione del microbiota intestinale. Infatti, è ampiamente riconosciuto che sia il microbiota orale che quello intestinale svolgono un ruolo fondamentale per lo stato di salute dell'intero organismo e sono coinvolti anche nell'insorgenza di alcune patologie. Tutto ciò suggerisce l’ipotesi che alcune alterazioni nella composizione microbica potrebbero essere anche alla base dei meccanismi ezio-patogenici della CFS/ME. È proprio da queste due premesse che è nato l'obiettivo del nostro studio: analizzare, nei pazienti con sindrome da stanchezza cronica, la composizione microbica sia orale che intestinale, per valutare se eventuali cambiamenti potessero essere collegati alla patogenesi della sindrome. Inoltre, è stato condotto anche uno studio pilota di metabolomica su un piccolo campione di partecipanti, per valutare il profilo metabolico dei pazienti con CFS/ME.

 

Da chi e come è stato realizzato lo studio?

Si è trattato di uno studio multicentrico che ha visto la partecipazione dell'Università di Pavia, in particolare il Laboratorio di analisi genetiche e immunologia diretto dalla professoressa Capelli, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, dove ho sviluppato il mio progetto di dottorato proprio partecipando a questa ricerca presso il Laboratorio di microbiologia del professor Puglisi del DiSTAS, del Laboratorio di genetica del gruppo Magi di Bolzano e, infine, dell'Associazione Malati di CFS (AMCFS), che ha contribuito attivamente sia finanziando la mia borsa di studio, sia adoperandosi per il reclutamento dei pazienti. Quest’ultima parte del lavoro, fondamentale per avviare lo studio, è stato particolarmente complessa perché, come detto, in Italia non ci sono studi epidemiologici sulla CFS/ME, pertanto riuscire ad individuare ed arruolare pazienti con diagnosi certa della malattia è stato molto complesso.

 

Quale criterio avete utilizzato per definire l’arruolamento?

Per analizzare la composizione batterica orale e intestinale nella CFS/ME, abbiamo incluso nello studio una popolazione di pazienti italiani e, parallelamente, una popolazione di parenti di primo grado e una popolazione di individui al di fuori di tali famiglie, al fine di identificare un possibile effetto delle abitudini di vita e un profilo microbico tipico della malattia. In totale, i partecipanti arruolati sono stati 105: 35 pazienti e 70 soggetti di controllo. La popolazione di controllo era quindi costituita da due gruppi distinti: 35 parenti sani di pazienti e 35 soggetti, sempre sani, non appartenenti alle famiglie dei pazienti. Per lo studio sono stati adottati dei criteri di reclutamento molto stringenti: ad esempio, è stato verificato attentamente che tutti i soggetti non avessero assunto farmaci, come cortisonici o antibiotici, che avrebbero potuto alterare la composizione del loro microbiota.

 

Quali sono i principali risultati emersi?

A conclusione dello studio, abbiamo osservato un'alterazione nella composizione del microbiota, sia orale, che intestinale. Queste alterazioni hanno confermato i risultati di precedenti ricerche, il che avvalora maggiormente l'ipotesi che un cambiamento nella composizione del microbiota possa essere alla base di alcuni meccanismi di insorgenza della CFS/ME. Un altro dato interessante è che il profilo microbico registrato da noi è coerente con quello osservato in altre condizioni autoimmuni, come ad esempio la malattia di Crohn o il lupus eritematoso sistemico: un risultato che conferma l'ipotesi che ci possa essere una componente autoimmune all’origine di questa sindrome. Infine, un altro aspetto interessante riguarda il fatto che, per quanto riguarda il profilo microbico, le differenze osservate nei pazienti sono estremamente simili a quelle osservate nei loro familiari. Questo rileva come sia probabile che l’insorgenza della CFS/ME sia influenzata anche da fattori ambientali, e quindi dagli stili di vita condotti dai soggetti interessati. Per quanto riguarda, poi, lo studio pilota di metabolomica, nei pazienti sono state identificate alcune differenze, rispetto alla popolazione di controllo, principalmente legate ai livelli di acido glutammico, che suggeriscono un possibile coinvolgimento di alterazioni nei segnali glutammatergici lungo l’asse microbiota-intestino-cervello nello sviluppo della sindrome da stanchezza cronica.


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